Negli ultimi anni, la questione dei pedaggi autostradali non corrisposti attraverso l’utilizzo non convenzionale dei varchi Telepass ha attirato l’attenzione della cronaca giudiziaria e del settore dei trasporti. In particolare, alcuni casi eclatanti hanno visto automobilisti accusati di aver accumulato debiti ingenti a seguito del mancato pagamento in autostrada, sfruttando metodologie ritenute ingegnose quanto rischiose. Il caso più recente riguarda un individuo che, secondo le indagini, sarebbe riuscito a eludere il pagamento per una cifra che supera i 14.000 euro, generando un acceso dibattito sia sotto il profilo giuridico sia su quello della sicurezza e dell’affidabilità dei sistemi elettronici di riscossione.
Come vengono elusi i pedaggi: il trucco della scia al casello
Il metodo più diffuso tra chi cerca di evitare il pagamento del pedaggio si basa su una tecnica chiamata “scia” o “tailgating”. Questo stratagemma implica accodarsi molto da vicino al veicolo che precede al varco Telepass, approfittando dell’apertura temporanea della sbarra. Il meccanismo del casello, progettato per garantire la sicurezza ed evitare la chiusura improvvisa sul passaggio di veicoli autorizzati, presenta un breve intervallo durante il quale è possibile transitare sfruttando la permanenza della sbarra alzata.
In numerosi processi recenti è emerso come questa azione venga eseguita con estrema precisione, ricorrendo a un tempismo millimetrico. Gli automobilisti coinvolti rimangono praticamente “incollati” al paraurti dell’auto che li precede, ottenendo così l’accesso senza che il sistema li riconosca come singolo passaggio a pagamento. Gli episodi contestati hanno coinvolto veicoli con targhe estere intestate a soggetti terzi, rendendo più complesse le attività di controllo e identificazione da parte delle autorità.
Si stima, sulla base delle relazioni fornite dalle società di gestione autostradale, che questa falla del sistema abbia portato a debiti individuali di migliaia di euro. In alcuni casi, come emerso nei tribunali di Pesaro e Roma, gli imputati avrebbero sfruttato il trucco della scia ripetutamente, eludendo i pagamenti in diverse regioni italiane, soprattutto nelle zone ad alta percorrenza come la costa adriatica e l’area di Fiano Romano.
Le sentenze: assoluzioni e condanne nei casi di mancato pagamento
La giurisprudenza in tema di mancati pagamenti del pedaggio si è dimostrata oscillante, dimostrando come le specificità dei singoli casi siano determinanti per l’esito processuale. In alcuni procedimenti, come quello del 35enne accusato di aver eluso il pagamento per un importo di oltre 14.000 euro, i tribunali hanno pronunciato sentenze di assoluzione. La chiave di tali decisioni risiede spesso nella difficoltà di identificare con certezza chi al momento della violazione fosse effettivamente alla guida, nonostante la presenza di telecamere e la rilevazione delle targhe.
In una vicenda simile, il tribunale ha archiviato le accuse contro un giovane conducente che aveva adottato lo stesso stratagemma, eludendo circa 3.000 euro di pedaggi. Il motivo? La mancanza di prove visive o testimoniali certe che collegassero direttamente l’imputato alla commissione di ogni singola infrazione contestata. Anche in presenza di targhe attribuibili ai sospettati, senza un’identificazione inappellabile non è stato possibile confermare la responsabilità penale.
Il quadro però cambia profondamente di fronte ai pronunciamenti più recenti della Corte di Cassazione. La sentenza n. 27168/2025 ha stabilito che la reiterazione del comportamento, caratterizzata da una modalità astuta e sistematica (il cosiddetto “raggiro”), configura la fattispecie del reato di truffa aggravata e non una semplice insolvenza. Questo orientamento distingue nettamente tra semplice mancato pagamento e condotte accompagnate da artifici, i quali producono non solo un danno economico ma anche una lesione della buona fede e della sicurezza dei sistemi di pagamento automatico.
| Sentenza | Esito | Motivo prevalente |
| Tribunale di Pesaro, 2026 | Assoluzione | Mancanza prova certa sull’identità del conducente |
| Tribunale di Roma, 2025 | Archiviazione | Non dimostrata presenza alla guida |
| Cassazione n. 27168/2025 | Annullamento assoluzione, rinvio | Configurazione “truffa” per la reiterazione della condotta e uso di raggiri |
Le motivazioni dei giudici: dalla prova dell’identità al concetto di truffa
Le decisioni dei tribunali e della Suprema Corte si fondano su una rigorosa interpretazione del quadro normativo e delle modalità con cui vengono elusi i pedaggi. I giudici hanno costantemente ribadito che la responsabilità penale richiede la prova certa circa l’identità del soggetto autore della violazione. La semplice intestazione di un veicolo a una persona non è sufficiente, soprattutto se il mezzo è condiviso o intestato a terzi. Questa esigenza probatoria è stata il perno di molte assoluzioni, nonostante elementi indiziari come riprese video, presenza della stessa targa e precedenti simili.
L’orientamento emerso in Cassazione è altrettanto chiaro: la differenza tra insolvenza fraudolenta e truffa si basa sulla presenza o meno di un comportamento attivo e ingannatore. Il mancato pagamento, quando accompagnato da astuzie quali il tailgating e l’inganno rivolto ai sensori automatici, integra il delitto di truffa ai sensi dell’art. 640 c.p. Il sistema giudiziario riconosce che chi si avvale di questi espedienti non si limita a non pagare, ma manipola in modo consapevole un sistema tecnologico volto a garantire la regolarità dei pagamenti.
Il giudice di appello, nell’ultima sentenza di rilievo nazionale sul tema, ha sottolineato come la reiterazione degli episodi contribuisca in modo significativo a caratterizzare l’intento doloso e la volontà di frodare, separando nettamente questi episodi dalle insolvenze punite solo amministrativamente. Ne consegue che la pericolosità sociale e la lesione patrimoniale prodotte da simili raggiri diventano punibili penalmente ogniqualvolta vengano ravvisati elementi come sistematicità e premeditazione degli atti.
- Truffa: presenza di artifici e raggiri ai danni del sistema
- Insolvenza: mero mancato adempimento, senza alcun inganno attivo
La giurisprudenza valorizza quindi il concetto di “raggiro” non solo come atto materiale, ma come processo cosciente volto a indebolire il sistema dei controlli e la fiducia degli altri utenti nello strumento del pagamento automatico.
Implicazioni per il sistema Telepass e sicurezza dei pagamenti autostradali
L’aumentare dei casi di elusione ha determinato una rinnovata attenzione sui limiti tecnologici e normativi dei sistemi di riscossione automatica. Il Telepass rappresenta un avanzamento nella gestione della mobilità, offrendo vantaggi in termini di fluidità e tempi di attesa ridotti. Tuttavia, la ripetizione di condotte fraudolente mette in discussione la solidità delle procedure di controllo e autorizzazione del passaggio ai varchi.
Tra le principali implicazioni emergono:
- l’esigenza di rafforzare la sorveglianza elettronica attraverso sistemi in grado di rilevare non solo le targhe, ma anche identificare il conducente, come già avviene in altri paesi europei;
- l’adozione di nuove misure di sicurezza nei varchi automatizzati, come sensori anti-tailgating o rallentatori di velocità prima dell’ingresso nella corsia Telepass;
- un maggior coordinamento fra le forze dell’ordine e i gestori autostradali per promuovere azioni preventive e investigative più efficaci.
Per le società concessionarie, i casi di elusione non determinano solo un danno economico diretto, ma pongono anche delicate questioni di reputazione e fiducia da parte degli utenti. Il rischio, se il fenomeno non viene fronteggiato, è quello di generare un effetto emulazione e di compromettere la versatilità stessa del servizio Telepass, nato per agevolare soprattutto gli automobilisti onesti. L’intervento congiunto di innovazione tecnologica e rigore giuridico sarà quindi decisivo per mantenere sicuro e affidabile l’ecosistema dei pagamenti digitale nel settore della mobilità autostradale.






