L’adozione di veicoli a basse emissioni nelle flotte aziendali non è più una previsione futuristica ma una realtà ormai consolidata, destinata a modificare in profondità la struttura della mobilità europea. Gli studi più recenti mostrano che entro il prossimo triennio quattro aziende su cinque avranno in flotta almeno un’auto elettrica o ibrida plug-in, segnale di un cambiamento irreversibile che parte dai grandi parchi corporate e si diffonde poi nel mercato dell’usato e nel mondo dei privati. La scelta delle imprese di investire in BEV e PHEV non risponde solo a obiettivi di sostenibilità ambientale, ma nasce dall’intreccio di pressioni normative, incentivi fiscali e nuove esigenze di immagine aziendale, sempre più legata a criteri ESG e a responsabilità sociale.
Il nuovo baricentro delle flotte
Il Barometro Arval 2025 rileva che già oggi il 69% delle aziende europee dispone in flotta di almeno una motorizzazione alternativa al termico puro, che si tratti di auto ibride, elettriche o alimentate a gas. Ma il dato che impressiona è la proiezione per i prossimi anni: circa l’80% delle imprese prevede di avere almeno un veicolo elettrificato, trasformando la mobilità aziendale in un laboratorio permanente per la diffusione delle tecnologie a basse emissioni. La progressione appare inarrestabile, perché le flotte rinnovano il parco con cicli di sostituzione brevi, di norma ogni tre o quattro anni, e quindi generano in tempi rapidi una massa critica di auto elettriche pronte a entrare anche nel mercato dell’usato.
In Europa la quota di auto elettriche pure (BEV) ha toccato il 17% delle immatricolazioni nel primo semestre 2025, mentre l’Italia rimane sotto il 6%, pur mostrando una crescita robusta rispetto all’anno precedente. Questa discrepanza è il riflesso di sistemi fiscali diversi, di infrastrutture di ricarica ancora inadeguate e di politiche nazionali che non hanno sostenuto con la stessa forza la transizione. Tuttavia, proprio le aziende italiane, spinte dalle regole europee e dalle ZTL sempre più severe, stanno accelerando l’inserimento di modelli elettrici nei propri parchi.
Non si tratta solo di rispondere a vincoli regolatori, ma di cogliere vantaggi economici concreti: la riduzione dei costi di manutenzione, la possibilità di sfruttare agevolazioni fiscali dedicate, e la coerenza con gli obiettivi di sostenibilità che ormai tutte le grandi aziende devono comunicare nei bilanci ESG. L’elettrificazione delle flotte diventa quindi un investimento in immagine, in competitività e in efficienza operativa.
Incentivi, fiscalità e regolazione
La Commissione europea ha inserito la decarbonizzazione delle flotte aziendali tra le priorità della transizione energetica, perché queste rappresentano oltre la metà delle nuove immatricolazioni in Europa e sostituiscono i veicoli con cicli più rapidi rispetto ai privati. Ridurre la CO₂ dei parchi corporate significa abbassare in maniera significativa le emissioni complessive e accelerare l’arrivo di usato elettrico a prezzi più accessibili. Bruxelles ha quindi messo sul tavolo un piano di revisione dei benefici fiscali, con l’obiettivo di penalizzare gradualmente i veicoli a combustione ancora predominanti tra le company car.
Proprio nel 2025, Italia e Germania hanno elaborato una posizione congiunta per promuovere flotte aziendali a basse emissioni, evidenziando come il nodo principale resti la fiscalità. Nei due Paesi, i regimi di detrazione e di fringe benefit hanno a lungo favorito i motori endotermici, rendendo meno conveniente il passaggio all’elettrico. La correzione di questo squilibrio è fondamentale per rendere competitivo il TCO (Total Cost of Ownership) delle auto a batteria rispetto a diesel e benzina.
Secondo uno studio di Transport & Environment, i regimi fiscali italiani hanno finora incentivato più i suv termici che le elettriche, con un costo per le casse pubbliche stimato in miliardi di euro l’anno. Correggere questa distorsione non è solo una questione ambientale, ma un tema di efficienza della spesa pubblica: senza un adeguamento fiscale, il corporate italiano continuerà a privilegiare i modelli tradizionali, rallentando l’allineamento con i partner europei.
TCO, valori residui e gestione operativa
Le auto elettriche si dimostrano sempre più competitive sul piano del TCO, grazie a costi energetici più bassi e a manutenzione ridotta. Il nodo critico rimane il valore residuo al termine del contratto, ancora più incerto rispetto ai motori tradizionali. Questo elemento incide direttamente sui canoni di leasing e sui piani finanziari delle aziende, che chiedono maggiore stabilità normativa e mercati dell’usato più maturi per non subire svalutazioni eccessive.
Il leasing e il noleggio a lungo termine restano i canali privilegiati per introdurre BEV e PHEV nelle flotte, ma anche qui i rischi legati ai valori residui hanno portato a una selezione più severa dei modelli offerti. Le società finanziarie tendono a privilegiare i segmenti con maggiore liquidità e rivendibilità, rallentando l’ingresso dei veicoli meno conosciuti o percepiti come più rischiosi.
Un ruolo determinante sarà giocato dalla disponibilità di elettriche usate sul mercato retail. Più le flotte si elettrificano, più crescono le possibilità di trovare BEV di seconda mano a prezzi accessibili. Nei Paesi dove la quota di immatricolazioni elettriche ha superato il 15–20%, questo effetto volano si è già tradotto in una riduzione dei canoni e in un’accelerazione dell’adozione.
Infrastrutture, ricarica e vita quotidiana
Il successo dell’elettrificazione nelle flotte dipende soprattutto dalla disponibilità di colonnine aziendali e da sistemi di ricarica domestica per i driver. Le indagini 2025 mostrano che oltre sei aziende su dieci hanno già installato punti di ricarica nei propri parcheggi, e che l’86% ha definito una charging strategy strutturata. È questa la spina dorsale della transizione, senza la quale l’adozione resta marginale.
La vera rivoluzione si gioca sulla gestione quotidiana: pianificazione dei turni di ricarica, rimborso dei consumi domestici, utilizzo di carte energia dedicate e telematica per monitorare i consumi in tempo reale. La digitalizzazione consente di eliminare inefficienze e di garantire la continuità operativa.
Se per le auto aziendali l’elettrificazione procede con ritmo accelerato, i veicoli commerciali leggeri (LCV) rappresentano la frontiera più difficile. Le esigenze di autonomia, i carichi pesanti e le finestre strette di operatività rendono più complessa l’adozione dei BEV in questo segmento, che in Italia si ferma ancora intorno al 3–4%. Saranno necessari incentivi dedicati e infrastrutture di ricarica veloce per convincere le aziende logistiche a compiere il passo.






