Il 2025 si è apertocon una delle novità più controverse per il comparto automobilistico aziendale: la stretta fiscale sui fringe benefit legati all’uso delle auto aziendali. Un provvedimento che, secondo l’Aniasa – l’associazione che rappresenta all’interno di Confindustria le imprese che operano nella mobilità a noleggio e nei servizi di fleet management – rischia di danneggiare in modo diretto non solo le imprese, ma l’intero processo di transizione ecologica e di rinnovo del parco circolante. Il nuovo regime fiscale cambia le regole sulla determinazione del valore imponibile dei beni in natura concessi ai dipendenti, in particolare per quanto riguarda le auto a uso promiscuo. Secondo quanto dichiarato da Aniasa, la misura potrebbe avere un impatto negativo su più fronti: aziende, lavoratori, settore auto e ambiente.
Un aumento della tassazione che penalizza la mobilità d’impresa
L regole che disciplinano il trattamento fiscale delle auto aziendali ad uso promiscuo hanno subito una profonda revisione. Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico, ma di un vero e proprio ribaltamento del sistema di calcolo, che impatta sull’imponibile fiscale del dipendente. Con l’abolizione del meccanismo forfettario fondato sulle tabelle Aci, utilizzato fino al 2024 per calcolare il valore del benefit legato all’auto in uso, si passa a una valutazione analitica molto più onerosa. Aniasa ha calcolato che, in media, l’aumento dell’imponibile annuo sarà di oltre 1.600 euro, pari a un incremento del 67% rispetto alla precedente modalità. Significa che molti dipendenti vedranno aumentare l’importo dei benefit tassati, con ripercussioni dirette sulla busta paga.
La nuova modalità di calcolo considera parametri come chilometraggio percorso, valore del veicolo, quota di ammortamento e costi di gestione. Questo porta a un sistema complesso, burocraticamente più gravoso per le aziende, ma soprattutto più sfavorevole dal punto di vista economico per i lavoratori. L’auto aziendale, da benefit utile e spesso necessario per lo svolgimento delle attività lavorative, rischia di trasformarsi in un lusso sempre più costoso.
L’assenza di una clausola di salvaguardia e il rischio di un mercato paralizzato
Un altro punto critico, denunciato con forza da Aniasa, riguarda l’assenza di una clausola di salvaguardia per le auto già immatricolate prima dell’entrata in vigore della nuova normativa. In mancanza di una norma transitoria, anche i veicoli acquistati o noleggiati nel 2024 ricadranno nel nuovo regime fiscale, vanificando qualsiasi pianificazione aziendale effettuata nell’anno precedente. Questo meccanismo è, secondo l’associazione, un elemento di instabilità normativa, che rischia di mettere in difficoltà imprese e professionisti che avevano costruito i propri piani di mobilità su regole che oggi vengono completamente riscritte.
La conseguenza immediata è che molte aziende stanno valutando il prolungamento dei contratti di noleggio esistenti, rinunciando a nuove immatricolazioni. Questo fenomeno potrebbe portare a un blocco del mercato delle auto aziendali, con ricadute sul piano commerciale per le case automobilistiche, le società di noleggio e tutta la filiera dei servizi collegati. Aniasa stima una perdita potenziale di oltre 125 milioni di euro di entrate fiscali per lo Stato solo nel 2025, come risultato diretto della contrazione della domanda.
Un freno alla transizione ecologica delle flotte aziendali
Oltre all’impatto economico e normativo, la nuova disciplina fiscale rappresenta, secondo Aniasa, un ostacolo al processo di transizione ecologica del parco veicoli aziendale. Le flotte aziendali sono una componente fondamentale del rinnovamento del parco circolante in Italia, spesso anticipando le tendenze green con l’introduzione di auto elettriche o ibride plug-in. L’aumento della tassazione sui fringe benefit può disincentivare le imprese ad aggiornare la flotta con veicoli meno inquinanti.
L’associazione ha espresso in modo chiaro la propria posizione attraverso comunicati ufficiali e confronti istituzionali: la misura è da considerarsi immotivata, controproducente e dannosa per l’intero sistema della mobilità aziendale. In particolare, Aniasa chiede al governo di introdurre una clausola di salvaguardia per i contratti in essere e di posticipare l’entrata in vigore della norma per consentire una transizione più graduale.






