Nel contesto di una mobilità aziendale i marchi automobilistici cinesi stanno guadagnando terreno anche in un mercato esigente come quello europeo. Se fino a qualche anno fa la presenza dei brand asiatici era percepita come marginale, oggi i loro veicoli – in particolare quelli elettrici e ibridi plug-in – stanno diventando una voce crescente nei contratti di noleggio a lungo termine e nei piani di rinnovo delle flotte aziendali.
L’interesse delle imprese per queste nuove proposte nasce da un mix di fattori: prezzi competitivi, dotazioni tecnologiche avanzate, tempi di consegna più rapidi e, in alcuni casi, una strategia commerciale aggressiva che prevede pacchetti di assistenza e manutenzione inclusi nel prezzo. Ma dietro l’entusiasmo per la novità si nasconde una questione tutt’altro che secondaria: l’incognita del valore residuo, ovvero la stima del valore che il veicolo manterrà alla fine del contratto di leasing o noleggio. Un parametro decisivo per la redditività dell’intero sistema.
Una crescita rapida, trainata dall’elettrico e da politiche aggressive
Secondo Transport & Environmen circa un’auto elettrica su cinque vendute in Europa è di origine cinese. Una progressione che impressiona e che riguarda da vicino il mondo delle flotte aziendali, sempre più orientate verso la decarbonizzazione del parco circolante. Marchi come BYD, MG, Aiways, Nio, Xpeng e Lynk & Co stanno conquistando attenzione tra i fleet manager grazie a una combinazione di design accattivante, innovazione digitale e prestazioni elevate.
La loro forza non sta solo nel prezzo: molti di questi veicoli offrono autonomie reali competitive, interni curati, sistemi ADAS di livello avanzato e un approccio user-friendly che li rende integrabili nelle policy aziendali. Alcuni marchi cinesi stanno proponendo canoni di noleggio inferiori alla media di segmento. Si tratta di una strategia di penetrazione che ricorda quanto fatto in passato da alcuni costruttori coreani, ma con una velocità di esecuzione sorprendente.
Il nodo del valore residuo: un rischio che frena le flotte
Dietro all’apparente convenienza si nasconde l’incertezza più grande per i responsabili delle flotte: il valore residuo. Questo indicatore incide sul costo totale del servizio e sul rendimento economico per l’operatore. Più alto è il valore stimato a fine contratto, più contenuti saranno i costi di ammortamento. Per i marchi storici europei o giapponesi, i valori sono consolidati e frutto di anni di dati reali. Ma per i costruttori cinesi, ancora privi di uno storico nel nostro continente, la stima è un salto nel vuoto.
Le società di noleggio e le captive bancarie faticano a definire parametri affidabili. Mancano riferimenti sulla tenuta del prodotto nel tempo, sull’affidabilità percepita dai clienti finali, e sulla capacità di rivendita sul mercato dell’usato. La rete post-vendita è ancora in fase di sviluppo e in alcuni casi non è capillare. Tutti questi elementi concorrono a deprimere le aspettative sul valore residuo, con il risultato che, pur essendo economicamente convenienti all’acquisto, i veicoli cinesi finiscono per risultare meno competitivi in ottica TCO (Total Cost of Ownership).
Per affrontare queste criticità, i marchi cinesi stanno mettendo in campo una serie di contromisure. Alcuni stanno aprendo impianti produttivi in Europa, come BYD in Ungheria, per dimostrare la volontà di radicarsi nel continente e ridurre la percezione di volatilità commerciale. Altri puntano sulla certificazione di qualità dei componenti, sull’estensione delle garanzie ufficiali fino a 8 anni e sull’offerta di servizi digitali di assistenza in tempo reale, per sopperire alla carenza fisica di officine.
Anche il mondo del noleggio si sta muovendo: alcune società stanno creando partnership dirette con i costruttori cinesi con formule contrattuali più flessibili e condividendo il rischio sul valore residuo. Altre preferiscono introdurre questi veicoli in modo sperimentale, con contratti a medio termine o flessibili, in attesa di consolidare i dati. Nel frattempo, la pressione regolatoria spinge comunque verso l’elettrico e molti fleet manager sono costretti a considerare i marchi cinesi come un’opzione inevitabile per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e contenimento dei costi.






