Il Codice della Strada stabilisce limiti di velocità a seconda del tipo di strada e delle condizioni ambientali. Sulle autostrade, il limite ordinario è fissato a 130 km/h, ma questo valore viene ridotto a 110 km/h in caso di pioggia o fondo bagnato. Sulle strade extraurbane principali, il limite scende a 110 km/h, mentre su quelle secondarie è fissato a 90 km/h. Nei centri abitati, la velocità massima consentita è di 50 km/h, ma può arrivare a 70 km/h sulle strade urbane a scorrimento veloce, se opportunamente segnalato. In presenza di nebbia fitta con visibilità inferiore a 100 metri, il limite scende a 50 km/h anche in autostrada, indipendentemente dalla categoria del veicolo.
Zone 30 e aree urbane sensibili
Negli ultimi anni, molte amministrazioni locali hanno introdotto le cosiddette Zone 30, aree urbane in cui la velocità massima consentita è fissata a 30 chilometri orari. Questa misura non è solo una scelta tecnica, ma una decisione politica che mira a ridurre l’incidentalità, abbattere il rumore, migliorare la qualità dell’aria e rendere le città più a misura di pedone. Le zone a velocità ridotta sono spesso collocate nei pressi di scuole, ospedali, parchi pubblici o zone residenziali ad alta densità abitativa, dove la presenza di bambini, anziani e ciclisti è elevata.
In queste aree, la segnaletica è facilmente riconoscibile, con cartelli che indicano il limite massimo e spesso anche la presenza di dossi rallentatori, attraversamenti pedonali rialzati o impianti di videosorveglianza. Non rispettare questi limiti significa esporsi a multe e decurtazioni di punti dalla patente, ma soprattutto mettere a rischio la sicurezza degli utenti più vulnerabili della strada. Le città di Bologna, Torino, Milano e Parma sono tra le più attive in Italia nell’applicazione delle Zone 30, mentre altre realtà stanno seguendo l’esempio con piani di mobilità urbana sempre più attenti alla sostenibilità.
Il rallentamento del traffico in ambito urbano ha dimostrato, dati alla mano, di ridurre drasticamente la probabilità di incidenti mortali o gravi. A 30 km/h, un pedone investito ha molte più probabilità di salvarsi rispetto a un impatto avvenuto a 50 km/h. Ecco perché rallentare non è mai una perdita di tempo, ma un investimento in sicurezza collettiva.
Sanzioni, tolleranze e regole da non sottovalutare
Oltre all’aspetto normativo, è fondamentale sapere cosa si rischia in caso di violazione dei limiti di velocità. Le sanzioni amministrative variano in base all’entità dell’infrazione e sono suddivise in fasce di gravità. Chi supera il limite di poco, ovvero entro i 10 km/h, è soggetto a una multa contenuta, ma se si va oltre i 40 km/h si entra in un’area critica, con sanzioni elevate, decurtazione di punti e possibile sospensione della patente. In caso di recidiva o in presenza di velocità superiori ai 60 km/h rispetto al consentito, si può anche rischiare il ritiro della patente fino a 12 mesi.
La legge prevede una tolleranza del 5% sulla velocità rilevata, con un minimo di 5 km/h, per tenere conto di eventuali errori strumentali. Questo margine, però, non deve essere visto come una “zona franca”, ma solo come una tutela contro i margini d’errore delle apparecchiature. La rilevazione della velocità può avvenire tramite autovelox fissi, telelaser mobili o sistemi di controllo automatici installati sui portali autostradali o in ambito urbano.
Oltre alle multe, la perdita di punti dalla patente è un deterrente importante. Superare di 10-40 km/h il limite comporta la decurtazione di tre punti, mentre salire sopra i 40 km/h ne comporta sei. Per chi eccede di oltre 60 km/h, i punti tolti salgono a dieci, il massimo previsto dalla normativa. In alcuni casi, è possibile evitare la sanzione pecuniaria e la perdita dei punti solo dimostrando un errore nella rilevazione o l’assenza di segnaletica adeguata, ma si tratta di circostanze rare e difficili da provare.






