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    L’operaio italiano di Stellantis che va a lavorare nelle fabbriche in Serbia, la sua storia

    La storia di un operaio italiano di Stellantis che si trasferisce in Serbia: motivazioni, difficoltà, vita in fabbrica e impatto su salario

    L'operaio italiano di Stellantis che va a lavorare nelle fabbriche in Serbia, la sua storia

    Per molti lavoratori del settore automobilistico italiano, la scelta di trasferirsi all’estero rappresenta una strada obbligata per ottenere uno stipendio stabile. Questo è il caso di diversi dipendenti Stellantis originari di Pomigliano d’Arco, come “Giovanni”, che ha accettato di lavorare oltre 1.600 chilometri da casa, nella fabbrica di Kragujevac, Serbia. Nonostante il peso della distanza dalla famiglia, la motivazione principale resta economica: a causa della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà negli stabilimenti italiani, il salario spesso non supera i 1.200 euro mensili, cifra insufficiente per sostenere il costo della vita e le esigenze familiari. «Non è semplice lasciare tutto, ma non c’erano alternative», racconta chi ha dovuto prendere questa decisione. La prospettiva di ricevere una retribuzione piena, con bonus per la trasferta e straordinari, rende la mobilità internazionale uno dei pochi strumenti per garantire un reddito dignitoso.

    Le difficoltà degli operai italiani negli stabilimenti Stellantis

    Negli stabilimenti nazionali, è aumentato il ricorso agli ammortizzatori sociali, con una netta riduzione dei giorni lavorativi mensili: tra Pomigliano, Melfi e altri siti italiani, si arriva anche a 10-11 giorni lavorativi al mese. Questo incide pesantemente sulla busta paga, lasciando molti operai a dover gestire una difficile situazione familiare ed economica.
    Dal 2023, la produzione italiana di Stellantis ha subito un calo sensibile e la promessa di nuove assegnazioni, come per lo stabilimento di Pomigliano, resta finora disattesa. Le aspettative di rilancio industriale sono spesso frustrate da nuove proposte di trasferta, anziché da investimenti strutturali sulle linee italiane. Il commento di rappresentanti sindacali come Fiom-Cgil e Uilm evidenzia l’impatto sociale della situazione: «Una scelta dolorosa che dimostra la mancanza di una reale prospettiva di crescita per i lavoratori italiani».
    Le alternative offerte dall’azienda – come la mobilità per alcuni mesi in Serbia – vengono accettate per necessità, senza reali margini di contrattazione. La richiesta di mantenere fede alle promesse di produzione locale rimane il tema centrale su cui vertono le tensioni tra dipendenti, azienda e politica.

    La realtà dello stabilimento di Kragujevac tra aspettative e sacrifici

    Il trasferimento in Serbia si presenta come un’esperienza in cui le aspettative di stabilità si scontrano spesso con una realtà complessa. Gli operai italiani percepiscono il salario previsto dal contratto nazionale del loro Paese di origine e una diaria extra, che può portare il totale mensile a circa 2.000 euro. Tuttavia, le spese sul posto risultano più alte di quanto prospettato: affitti che superano anche gli 800 euro al mese e un costo della vita superiore alle attese, specialmente nelle aree urbane di Kragujevac.
    Dal punto di vista della produzione, lo stabilimento è stato recentemente ristrutturato ed è impegnato nella realizzazione di modelli come la Fiat Grande Panda e la Citroën C3. Tuttavia, sono frequenti i rallentamenti dovuti alla carenza di materiali, che impediscono di raggiungere gli obiettivi di 500 vetture al giorno previsti dal gruppo.
    Il clima interno è caratterizzato da una forte presenza multietnica – italiani, serbi, nepalesi, marocchini – e spesso dagli italiani si attendono esperienza e sostegno per formare i colleghi più giovani. Nonostante buoni rapporti con la manodopera locale, il peso della lontananza da casa e l’incertezza sul futuro rendono la trasferta più un sacrificio che una reale possibilità di crescita professionale e personale. I rientri in Italia sono previsti solo sporadicamente; la gestione logistica e del tempo libero resta quasi tutta sulle spalle dei singoli lavoratori.

    Differenze salariali, integrazione e clima sociale in Serbia

    Uno degli aspetti più evidenti del periodo di trasferimento riguarda il tema delle differenze retributive tra lavoratori. Gli italiani in trasferta guadagnano molto di più rispetto ai colleghi serbi, il cui salario medio spesso non supera i 600-800 euro mensili. Questa disparità, segnalata anche dai sindacati locali, rappresenta una delle principali cause di potenziale tensione all’interno dello stabilimento.
    La presenza di lavoratori provenienti da Paesi come Marocco, Nepal, India e Bangladesh evidenzia la difficoltà di Stellantis nel reperire personale locale disposto ad accettare condizioni salariali così basse. L’integrazione tra le varie nazionalità avviene prevalentemente grazie alla solidarietà tra operai di lunga esperienza e nuovi arrivati, ma persiste una netta divisione tra chi lavora in trasferta (che gode di maggiore stabilità e retribuzione) e chi invece è costretto a integrare il proprio reddito con più impieghi e condizioni spesso precarie.
    Il clima sociale è segnato da una certa rassegnazione tra i lavoratori locali e da una spirale di turnazione di personale sempre più difficile da sostenere. La fabbrica, nonostante sia simbolo di investimenti e innovazione, non riesce a essere attrattiva per la popolazione serba senza un aumento deciso delle retribuzioni.

    Le reazioni dei sindacati e l’impatto sulla politica industriale italiana

    I sindacati italiani hanno espresso con forza la loro contrarietà alle strategie di mobilità internazionale adottate da Stellantis. Considerano la trasferta come il segnale di un progressivo disimpegno del gruppo dagli impianti nazionali e di una mancanza di investimenti sul territorio. In vari comunicati, le sigle Fiom-Cgil, Uilm e Fim-Cisl sottolineano il rischio di un deterioramento ulteriore del tessuto produttivo italiano, se non verranno attuati piani industriali di rilancio concreti.
    Anche le istituzioni locali e i rappresentanti politici hanno richiesto trasparenza e piani di investimento vincolanti per il futuro degli stabilimenti italiani. Il dibattito si è intensificato soprattutto dopo l’annuncio di nuovi modelli prodotti all’estero, evidenziando le conseguenze delle politiche di delocalizzazione e degli incentivi statali concessi in Serbia.
    Nel corso degli ultimi anni, come indicato dalle fonti normative e in particolare dai dati ISTAT e dalle disposizioni sulla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS, disciplinata da D.Lgs. 148/2015), il ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali risulta essere sintomo di una crisi profonda per il comparto automotive nazionale. La vicenda della mobilità temporanea degli operai italiani rende visibile la fragilità dell’attuale quadro industriale, richiamando la necessità di una strategia condivisa tra azienda, sindacati e governo per salvaguardare il lavoro e le competenze nel Paese.

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