Mark Webber: il pilota australiano che ha raccolto l’eredità di Brabham e Jones

Una lunga attesa a “centro gruppo” prima dell’”esplosione” con la Red Bull. Nove gran premi non si vincono per caso nemmeno se si ha la macchina migliore. Per questo Mark Webber è da considerarsi un grande talento.

Silverstone, 2010

La grande scuola australiana che aveva prodotto straordinari campioni come Jack Brabham o Alan Jones, sole per citarne qualcuno, era da diverso tempo “in naftalina”.

A riportarla perentoriamente alla ribalta ci ha pensato Mark Webber, ragazzone del Nuovo Galles del Sud, che arrivò in Europa per cercare fortuna grazie all’aiuto economico del campione di rugby David Campese, personaggio notissimo nel suo paese e che militò anche in Italia per oltre un decennio con le maglie di Padova e Milano.

Eppure, dopo otto stagioni e 131 Gran Premi vissuti da eterna “promessa mancata” senza una vittoria, né una pole, né un giro veloce, il nostro Mark sembrava ormai condannato ad una “aurea” mediocrità che lo vedeva perennemente a centro classifica, spesso in lotta per andare a punti, ma senza acuti.

Così come senza acuti sembrava la sua scelta di rimanere in Red Bull quando il magnate delle bevande energetiche Dietrich Mateschitz acquisì la Jaguar con cui Mark era legato da contratto e la trasformò nella “sua” scuderia.

Mark con Jackye Stewart nel 2003
Mark con Jackye Stewart nel 2003

Gli esordi con la Mercedes GT

Mark era sbarcato in Europa cinque anni prima dalla natia Australia dove aveva iniziato, sulle orme di suo padre che aveva un concessionario di motociclette, sulle due ruote.

La gavetta di buon livello nelle formule minori, conobbe una svolta quando Mark, nel 1998, entrò a far parte della scuderia Mercedes GT con cui approcciò anche la 24 Ore di Le Mans: fu proprio nella classicissima della Sarthe del 1999 che ebbe un tremendo “doppio” incidente – uno nel warm up ed uno in corsa – causato da un difetto nella vettura e da cui uscì letteralmente per miracolo.

Fu così che decise di dedicarsi alle ruote scoperte e che concluse una eccellente stagione ’99 in F.3000 nella squadra del connazionale e miliardario Paul Stoddard. Questi l’anno successivo rilevò la maggioranza delle quote societarie della Minardi – le cui macchine infatti furono marchiate da allora “PS”– e così, nel 2001, chiamò colui che giudicava il miglior pilota australiano del momento ad esordire in F.1: Mark Webber.

L’inizio fu dirompente e davanti al pubblico in estasi di Melbourne, Mark finì clamorosamente quinto regalando al suo Team un piazzamento a punti che mancava da diversi anni. Sembrò l’inizio di una luminosa carriera: Jackye Stewart disse pubblicamente che Mark sarebbe diventato Campione del Mondo e convinse la Jaguar, di cui era consigliere, ad ingaggiarlo.

In realtà la sua carriera si dipanò come una lunga peregrinazione fra vetture di buono ma non eccelso valore che sembrava relegarlo nella lunga galleria dei piloti “medi”.

Bahrein, 2012
Bahrein, 2012

Gli anni della Red Bull

Ed eccoci alla svolta della sua carriera. Quella “vera”, nel 2009. Improvvisamente nel Gran premio di Germania al Nurburgring, l’australiano agguantò la pole position ed ottenne la prima vittoria dominando la corsa: dopo sette anni di attesa, fu una liberazione che “sbloccò” letteralmente Mark che da allora si scoprì top-driver in un top-team, anzi nella squadra che stava per diventare la migliore in assoluto.

Monaco, 2012
Monaco, 2012

Da allora e nelle cinque stagioni successive fino al suo abbandono del circus dopo la stagione 2013, Mark Webber ha confermato il suo talento con nove vittorie e undici pole position che testimoniano quanto sia stato competitivo il “nuovo Mark”, quello convinto nei propri mezzi, veloce in prova e costante in gara. Vero è che il suo compagno di squadra Sebastian Vettel con la stessa macchina ha vinto quattro Titoli Mondiali dimostrandosi in generale più veloce di Webber, ma di Vettel in giro non ce ne sono molti e il contributo dell’australiano alla causa Red Bull rimane indubbio nonostante il suo talento resti un po’ sottovalutato nell’opinione pubblica generale e le sue vittorie più imputate alla bontà della macchina che ai suoi effettivi meriti.

Weber resta comunque uno dei piloti australiani più vincenti della storia e la sua carriera, fatta di pazienza, costanza e tenacia, resta una storia di indubbio successo. Anche adesso che, dopo aver lasciato il grande circus, è tornato al “primo amore”, gareggiando nelle competizioni endurance per la Porsche.

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