Jim Clark: la storia del campione simbolo della Lotus

Un pilota straordinario dal talento puro e dalla naturalità di guida ineguagliabili. Segnò un’epoca alla guida delle vetture costruite da Colin Chapman.

Silverstone 1967

Ci sono piloti che hanno segnato un’epoca e che sono simboli del loro tempo: Fangio, Senna, Michael Schumacher. Negli anni ’60 quel simbolo era Jim Clark.

Monaco 1964
Monaco 1964

E la sua tragica scomparsa ad Hockenheim in una relativamente poco importante gara di Formula 2 segnò anche, forse, uno spartiacque fra due ere, quella che si chiudeva, dove il mondo delle corse era una sorta di piccola comunità in cui tutti si conoscevano, erano rivali ma anche amici e quella che si aprì qualche settimana dopo la sua morte con l’entrata in scena del primo sponsor, proprio sulla carena della sua Lotus, e che portò la Formula Uno a diventare quel grande business che è oggi.

E’ fuori dubbio poi che il nome di Jim Clark sia legato in maniera indissolubile a quello della Lotus e di Colin Chapman, altra straordinaria figura che ha segnato la storia delle corse. Clark spese tutta la sua carriera alla guida delle vetture giallo-verdi cementando un rapporto davvero filiale con il suo “patron” che infatti, dopo la sua morte voleva lasciare le corse e ritirarsi e fu dissuaso dal suo proposito solo dalla fermezza e dalla professionalità di Graham Hill.

Una vita spesa con la Lotus

1963
1963

Jim Clark aveva due passioni: le corse e la sua fattoria a Kilmany, nel cuore della Scozia. Iniziò a gareggiare nonostante la fiera opposizione della sua famiglia e ben presto si rese conto della sua capacità di guida e della facilità con cui si adattava a qualunque tipo di competizione e di vettura.

Dopo una sola stagione di esperienza caratterizzata da 12 vittorie in eventi sportcar alla guida di una Jaguar della scuderia Border Reivers, Jim fu messo sotto contratto dalla Aston Martin per diventare il pilota di punta del team “alato” in Formula Uno, ma il progetto fu abbandonato.

Quella decisione della Aston Martin cambiò il corso della storia: infatti Colin Chapman si affrettò a metterlo sotto contratto e a lanciarlo nei Grand Prix al posto di Graham Hill, passato alla BRM. Dopo un paio di stagioni di apprendistato – suo e della Lotus – segnate anche dal tragico incidente di Monza del ’61 in cui perse la vita Wolfgang Von Trips e nel quale fu coinvolto direttamente, dal 1962 Clark fu uno dei piloti dominanti in F.1. Troppo lungo elencare i suoi successi: 25 vittorie – battuto il record di Fangio – in 58 gare fra il ’62 e il ’68 sono un biglietto da visita eloquente: due stagioni trionfali nel ’63 e ’65 dove, assecondato dalle straordinarie Lotus “25” e “33”, era praticamente imbattibile; le grandi vittorie del ’67 che furono le prime del mitico motore Cosworth; il trionfo a Kyalami nel ’68, venticinquesimo e ultimo della serie, l’ultimo Gran Premio della storia senza sponsor e alettoni, poche settimane prima della sua morte.

Un Campionato, quello del 1968, che tutti i pronostici avevano già assegnato indiscutibilmente a lui.

Un talento cristallino prematuramente scomparso

La stagione ’67 fu emblematica e fa capire che razza di pilota fosse Clark: la Lotus aveva difficoltà a mettere a punto una vettura affidabile con il nuovo motore Ford Cosworth. Clark, che anche per problemi fiscali aveva spostato la sua residenza in Francia, fra un GP e l’altro si dedicava a correre in varie categorie o trascorreva periodi di riposo nella sua fattoria in Scozia, mentre il suo compagno di squadra Hill – ed il terzo pilota Jack Oliver – si adoperavano per la messa a punto. Risultato: Clark arrivava il week-end della corsa e vinceva – successe quattro volte. Hill, grande campione dell’applicazione e del temperamento, ma con un talento “puro” inferiore, non vinse mai.

Zandvoort, 1967
Zandvoort, 1967

Quell’anno a Monza, Jim partì in pole e scattò in testa; al 9° passaggio incappò in una foratura e perse un giro, ripartendo ultimo. Iniziò allora una forsennata rimonta e, superando un avversario dopo l’altro, al 61° giro tornò incredibilmente al comando.

Alla Parabolica nel corso dell’ultimo giro finì la benzina e tagliò il traguardo lentamente, al terzo posto. La folla di Monza lo portò in trionfo, ignorando quasi il vincitore Surtees: in molti ritengono che quella sia stata la più straordinaria prestazione di un pilota in una gara “secca” nella storia delle corse.

In quegli anni Clark correva e vinceva con ogni tipo di macchina: era l’animatore delle corse Turismo con la mitica Lotus Cortina; vinse – primo europeo dopo 60 anni – la 500 Miglia di Indianapolis del ’65 sulla Lotus e giunse secondo l’anno dopo dietro al solito Graham Hill – suo grande amico e rivale – anche se, si dice, in realtà solo a causa di un errore nel conteggio dei giri da parte della giuria; corse e vinse in Formula 2, sempre per la Lotus.

Solo con Le Mans non ebbe un grande feeling e partecipò alla classica della “Sarthe” solo quattro volte, anche perché Chapman non costruiva all’epoca vetture sport e lui non voleva correre con vetture di altre marche. Morì a soli 31 anni, all’apice della carriera.

Ancora oggi, anche se i suoi record sono stati battuti, il tempo non ha cancellato il suo mito: Jim Clark, con Ayrton Senna, resta probabilmente il più straordinario talento naturale mai apparso sulle scene motoristiche.

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