Gilles Villeneuve: il più grande trascinatore di folle mai visto su una pista

Nonostante abbia vinto solo sei Gran Premi, il canadese è considerato uno dei più grandi piloti di tutti i tempi. Non a caso era il prediletto di Enzo Ferrari

Con il figlio Jacques, futuro Campione del Mondo, a Monza nel 1978

Non è mai esistito un pilota come Gilles Villeneuve. E probabilmente non esisterà più. Non è spiegabile altrimenti il fatto che il piccolo canadese e la sua rossa Ferrari numero 27 alimentino ancora uno vero e proprio mito delle corse, una “febbre” – la “febbre Villeneuve”: la chiamavano così, allora – che negli appassionati, specialmente in quelli italiani, nemmeno gli oltre trent’anni trascorsi dalla sua morte sono riusciti a scalfire. Anzi, la hanno forse rafforzata, ammantandola di un alone di leggenda.

Gilles Villeneuve, Enzo Ferrari 1979Non si era mai visto un pilota così e, questo, non soltanto in pista. Uno che invece di iniziare dal kart e dalla formule minori come tutti i suoi colleghi nessuno escluso, aveva cominciato correndo con le motoslitte, cosa che probabilmente spiega la sua capacità di guida quasi irreale in condizioni “disperate”.

Uno che aveva letteralmente venduto la sua casa per comprarsi un’auto da corsa e gareggiare nella Formula Atlantic, vivendo per anni in una roulotte insieme alla moglie Johanna, che conobbe e sposò da giovanissimo e che fu sempre la sua fedele compagna, come una sorta di “zingaro” delle piste. Uno che da pilota affermato in Ferrari, arrivava nel week-end del Gran Premio con tutta la famiglia, la moglie, i figli Melanie e Jacques, il cane ed il gatto e si piazzava nel motorhome invitando a cena amici e giornalisti.

Uno che respirava velocità e ne aveva bisogno come di respirare. Per descriverlo, più che mille parole, bastano due citazioni. La prima è di Enzo Ferrari, un uomo segnato dalle tragedie – personali e sportive – e che per questo teneva un atteggiamento molto distaccato con i suoi piloti, per paura di “affezionarsi” troppo e vivere drammi come quelli di Collins o Castellotti. Ma con Gilles si sbilanciò: “Io gli volevo bene”. Fu l’unica dichiarazione “a caldo” che fece dopo la sua morte a Zolder, l’8 maggio 1982.

Dall’anonimato al grande circus

Gilles Villeneuve, 1982_2Datemi una automobilina a pedali oppure un missile. Datemi qualunque cosa si muova e io la porterò al limite”. Questa, invece, è sua, di Gilles. E lo disegna come pilota in maniera perfetta. Non era il campione più grande, forse non aveva il talento più puro e nemmeno era il più veloce. Inoltre era meravigliosamente folle ed irrazionale, non sapeva fare calcoli e, per questo, non sarebbe mai riuscito a “ragionare” per vincere un Campionato.

Ma proprio per questo la gente ne era rapita. Gilles è stato indiscutibilmente il più straordinario trascinatore di folle che la Formula Uno ricordi: quando nel 1981 con la sua Ferrari priva di alettoni, in un giorno feriale sfidò un Fighter F-104 dell’aviazione militare su uno scatto secco di un kilometro all’interno della base militare di Istrana – mica a Fiumicino, ma in un paesino vicino a Treviso – corsero a vederlo centomila persone. E, per la cronaca, vinse la sfida.

Insomma, la faccio breve. Gilles Villeneuve per molti della mia generazione, me compreso, è esattamente il motivo per cui ci si è appassionati all’automobilismo. La sua carriera è costellata di aneddoti ed episodi incredibili. Quando nel 1976 girava ancora per il Canada per racimolare il budget necessario per partecipare al campionato americano di F. Atlantic, fu invitato ad una gara internazionale a Pau in cui partecipava anche James Hunt.

Pagò di tasca sua il viaggio ma fu un ottimo investimento: quella gara, sotto una pioggia torrenziale, la dominò impressionando il campione inglese che lo segnalò alla McLaren.

A Silverstone, nel 1977, per il Gran Premio di Gran Bretagna fu iscritto come terzo pilota con una M23 vecchia di tre anni: staccò uno strabiliante nono tempo in prova ben davanti al “titolare” Jochen Mass con la nuova M26 ed in gara alcuni problemi meccanici lo rallentarono quando era sesto. Il mito Villeneuve era iniziato.

Gilles Villenauve, Las Vegas 1981

La Ferrari nel destino

Ma il destino, come spesso accade, aveva riservato a Gilles un colpo di scena. Enzo Ferrari amava le scommesse e amava stupire. Era appena stato abbandonato da Niki Lauda che, assicuratosi il titolo 1977, lasciò di punto in bianco la scuderia dopo Monza. Il Grande Vecchio per rimpiazzare il campione del mondo in carica scelse quell’esile ragazzo canadese, prendendosi del “pazzo” dalla maggior parte degli addetti ai lavori. Fu l’inizio della leggenda.

La carriera di Gilles in Ferrari è un romanzo fatto di immagini e momenti unici. Gli inizi difficili, il primo grande trionfo proprio in Canada nel 1978, la cavalcata del 1979 che portò il Mondiale a Maranello con Jody Scheckter – con cui strinse un intenso e strettissimo rapporto di amicizia – e Gilles, primo e secondo, in parata al Gran Premio di Monza. In quell’anno, l’incredibile duello di Digione con René Arnoux: i tre giri più incredibili che si siano mai visti su una pista.

E poi, in un anno difficile come il 1980 “perle” come l’incredibile sorpasso all’esterno della difficilissima curva Tarzan a Zandvoort ai danni del futuro campione del Mondo Alan Jones e, l’anno successivo, le straordinarie vittorie a Monaco e Jarama, il celebre incidente di Imola le cui immagini sono diventate una sorta di simbolo della sua carriera o il podio artigliato a Montreal nonostante una macchina che perdeva i pezzi e l’alettone anteriore piegato all’indietro verso l’abitacolo.

Nel 1982 Gilles partì per vincere il Titolo: la Ferrari 126 C2 era una macchina veloce, riuscita ed affidabile. E al suo fianco aveva uno con cui aveva ritrovato il clima di amicizia, complicità e collaborazione che aveva respirato con Scheckter: Didier Pironi.

 

Il “tradimento” di Pironi e la tragedia di Zolder

A Maranello ricordano ancora le gare nel parcheggio dello stabilimento fatte dai due con le loro Ferrari “stradali”: quella di Gilles era perennemente ammaccata.

Forse fu per questo e per il carattere genuino, diretto e quasi ingenuo di Gilles che il “tradimento” di Imola ebbe su di lui un effetto tremendo. Quel giorno, nel Gran Premio di San Marino, Villeneuve e Pironi dominarono la corsa ma, contravvenendo alle indicazioni dei box di mantenere le posizioni con Gilles davanti, fra i due si acese un duello furioso.

Vinse Pironi e l’incantesimo si ruppe. Gilles era furibondo: già si parlava di un suo addio alla Ferrari ed un passaggio alla Williams, quando due settimane dopo il fattaccio, era in programma il Gran Premio del Belgio a Zolder. Durante gli ultimi minuti delle prove ufficiali, Gilles per una incomprensione colpì la March del vecchio compagno alla McLaren Jochen Mass che procedeva lentamente.

La sua Ferrari si impennò e dopo diversi loop ed un volo di un centinaio di metri ricadde distrutta al suolo. Il pilota, con tutto il seggiolino, fu scaraventato lontano. Morì la sera stessa nell’ospedale di Leuwen, per le ferite riportate alla testa.

Anche con Didier il destino non fu tenero: avviatosi a conquistare facilmente il Mondiale, ebbe un tremendo incidente ad Hockenheim che chiuse la sua carriera. Morì pochi anni dopo in un incidente durante una gara di off-shore al largo dell’ Isola di Wight. Sua moglie aspettava due gemelli che nacquero dopo la morte del loro padre. I loro nomi? Elementare: Gilles e Didier.

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