24 giugno: 104 anni fa nasceva Juan Manuel Fangio

Uno dei più grandi piloti della storia, Fangio era anche un personaggio fuori dal comune. Che segnò la storia delle corse e cambiò la concezione stessa di professionismo al volante.

Juan Manuel Fangio
Juan Manuel Fangio, Monza 1954
Juan Manuel Fangio, Monza 1954

Il 24 giugno 1911 in una cittadina argentina alle porte di Buenos Aires nasceva Juan Manuel Fangio, probabilmente il più grande campione automobilistico del dopoguerra e certamente uno dei più grandi di sempre, capace di vincere in soli sette anni “pieni” di impegno in Formula Uno ben cinque Campionati del Mondo, un record battuto solo cinquant’anni più tardi da Michael Schumacher.

Per “spiegare” il mito di Fangio, bastano due dati. Il primo è numerico: in Europa – continente in cui sbarcò nel 1948 quando aveva già 37 anni e la Guerra gli aveva “mangiato” gli anni migliori di una grande carriera che lo aveva già visto diventare uno dei conductores più popolari in Argentina – disputò 186 corse, vincendone qualcosa come 78, praticamente il 50%.

Il secondo è di colore: se i suoi colleghi e tutto il circus – tranne l’”ostinato” Enzo Ferrari – lo chiamava “Il Maestro”, in Argentina per riferirsi a lui, vero e proprio mito nazionale, non usano il suo nome ma semplicemente l’appellativo di Pentacampeon.

Il primo pilota moderno

Monaco 1957
Monaco 1957

Fangio era un personaggio veramente unico: un uomo d’altri tempi per cortesia, cavalleria ed eleganza ma “calato” in un pilota moderno, un vero antesignano che ha formato generazioni dopo di lui.

Fu il primo, vero, professionista del volante che curava meticolosamente la sua preparazione fisica e perfino la sua dieta, cosa che per l’epoca era letteralmente impensabile e che gli permise exploit “fisici” impossibili per gli altri, come quando vinse il Gran Premio di Argentina 1955 in condizioni climatiche al limite dell’impossibile con 40 gradi all’ombra di temperatura.

Guidò per oltre tre ore da solo, unico di tutti i piloti in pista che si alternarono spesso alla guida come permesso dai regolamenti dell’epoca – vinse con un vantaggio abissale su tutti, fu portato a braccia fuori dall’abitacolo e passò diversi giorni in ospedale per riprendersi dallo sforzo.

Fu il primo a studiare gli avversari e i circuiti metro per metro con sistematicità prima sconosciuta. Univa al suo talento una sagacia tattica notevole ed una sensibilità che gli permetteva di “sfiorare” il limite senza passarlo che solo raramente: anche per questo ebbe pochi incidenti anche se piuttosto gravi, come quello a Monza all’inizio del 1952 che gli costò l’intera stagione.

Fangio con Peter Collins, Nubrurgring 1956
Fangio con Peter Collins, Nubrurgring 1956

Dal campione alla leggenda

Ma perché un grande pilota diventi leggenda ci vuole altro. E così sono le sue epiche gesta e gli incredibili aneddoti che lo vedono come protagonista – favoriti dal quell’epoca entusiasta e un po’ naif in cui visse – a renderlo unico nella storia.

Come ad esempio quando vinse il Gran Premio Internacional del Norte nel 1938, suo primo successo, dopo oltre novemila chilometri di corsa stradale da Lima a Buenos Aires e divenne “El Chueco”, il fantino, per la sua fisionomia apparentemente poco atletica, ma che in realtà nascondeva quello che, da giovane, voleva diventare un maratoneta.

Oppure come quando Peter Collins, vedendolo seduto sul muretto dei box a Monza ’56 – ultima gara dell’anno – dopo un guasto alla sua Ferrari, gli cedette volontariamente la macchina rinunciando alla possibilità di diventare Campione del Mondo per permettere al Maestro di difendere con successo il suo titolo minacciato da Stirling Moss.

Collins, che per Fangio aveva una ammirazione sconfinata, ebbe a dichiarare dopo la corsa che “Fangio è uno degli uomini più straordinari che abbia mai conosciuto. E non sto parlando semplicemente di corse”.

Oppure ancora quando Mike Hawthorn, futuro Campione del Mondo con la Ferrari, nel Gran Premio di Francia ’58 raggiunse il quarantasettenne Maestro in ritardo di un giro a pochi chilometri dalla fine mentre stava dominando la gara. L’inglese, altro personaggio che meriterebbe ben altra notorietà, si rifiutò di doppiare Fangio, che con una vecchia Maserati privata stava disputando la sua ultima gara per salutare il pubblico, mettendo seriamente a repentaglio una vittoria certa. Hawthorn vinse lo stesso, resistendo al ritorno del solito Moss e tagliando il traguardo diligentemente dietro a Fangio iniziava così il suo ultimo giro.

 

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