Il filtro anti-particolato, detto anche DPF, è un dispositivo che nasce per abbattere le emissioni inquinanti delle polveri sottili dei motori con combustibile diesel. In uso dall’inizio degli anni 2000, soprattutto in Europa, è caratterizzato da un software di diagnosi e gestione che monitora il filtro per assicurare un corretto funzionamento e manutenzione dello stesso: lo strumento in questione è a sua volta correlato ad un precatalizzatore, ed il suo obbiettivo è filtrare fisicamente le diverse polveri sottili. Sono presenti tuttavia modelli dotati di un sistema in grado di aggiungere additivo al carburante, anche se meno utilizzati, che consentono di ridurre la temperatura necessaria per effettuare la rigenerazione. I motori diesel, ad oggi, sono considerati molto efficienti e puliti dal punto di vista delle emissioni: dopo marmitte catalitiche e DPF, sono nati anche complessi sistemi atti ad eliminare gli NOx, ma i dubbi riguardanti la propria utilità finale e reale rispetto dell’ambiente restano tutt’ora vasti.

IL FILTRO ANTI-PARTICOLATO FUNZIONA? IL PARERE SCIENTIFICO – L’Ingegner Francesco Cavallino, uomo dal lungo passato in Fiat Auto, chiarisce le nostre idee in seguito ad un’illuminante intervista rilasciata per Automoto: esso dichiara che i limiti Euro 4 delle vetture a benzina (ad esempio) sono già considerati “prossimi allo zero”, quindi la significativa riduzione si applica (da Euro 4 in poi) principalmente sui diesel. Per rendere questo combustibile più eco-friendly le case automobilistiche hanno pensato di applicare il catalizzatore a tre vie, ma dopo che esso si è dimostrato inefficace per gli NOx il controllo di essi è affidato al miglioramento della combustione ed applicazione della ricircolazione dei gas di scarico (EGR), efficace a bassi carichi ma non altrettanto utile per carichi motore più elevati: i diesel necessitano infatti di sviluppare catalizzatori specializzati come trappole di NOx o Selective Reduction Catalysts con iniezione di Urea.

Il secondo problema intrinseco del diesel è rappresentato dall’iniezione diretta nella camera di combustione che, nei decenni passati, determina il fumo nero misurato come opacità. Durante gli anni 80’ il Particolato è misurato in forma gravimetrica come PM, mentre in seguito ad Euro 5 è definita una tecnica molto più raffinata che consente di annotare il numero di particelle PN emesse al kilometro: nasce così un nuovo limite per Euro 5 ed Euro 6, esteso anche ai benzina iniezione diretta. In sintesi, è del tutto errato pensare che il DPF determina un maggior rilascio di nano-particelle, perché esse sono già presenti all’origine: in fase di rigenerazione, il filtro anti-particolato si comporta come se non ci fosse ma la fase di rigenerazione impegna una durata percentualmente molto limitata sulla percorrenza della vettura (è compresa tra i 10 e i 15 minuti ed avviene ogni 300-400 km).

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